Chi ha paura dell’inflazione?
Fino all’ultima riunione della BCE, lo scorso 6 marzo, coincisa col sesto taglio consecutivo al costo del denaro, la posizione ufficiale di Christine Lagarde è stata che i processi di disinflazione sono “ben avviati”.
Allo stesso tempo, la presidente non ha mancato di sottolineare più e più volte che ci troviamo in una situazione di incertezza estrema. Conflitti che non trovano soluzione, tensioni commerciali con gli Stati Uniti… i motivi per trattenere il fiato non mancano.
L’obiettivo della BCE – l’inflazione al 2% – doveva essere già alla nostra portata quest’anno; le previsioni attuali, invece, ne hanno collocato il raggiungimento a inizio 2026.
Queste revisioni al rialzo, ha detto la Lagarde, riflettono una dinamica più vigorosa dei prezzi energetici, e non nega che le frizioni con la Casa Bianca e lo spettro di una guerra commerciale potrebbero avere un impatto negativo sull’inflazione, oltre che sulla crescita in generale.
Per ora, in ogni caso, l’inflazione nell’area euro sembra non aver ancora perso la rotta:
dopo un gennaio che ha fatto registrare un incremento su base annuale del 2,5%, contro il 2,4% di dicembre 2024, i dati di febbraio e marzo si sono assestati rispettivamente al 2,3% e al 2,2%.
Fa eccezione l’Italia, dove a marzo l’inflazione è salita: 2%, contro l’1,6% registrato a febbraio.
Colpa, in primis, anche in questo caso, dell’aumento dei costi dell’energia.
L’inflazione e il legame con i tassi d’interesse
Controllare l’inflazione è uno dei principali compiti della Banca Centrale Europea.
Mantenere l’inflazione nel medio periodo attorno al 2% è parte del suo chiaro mandato: se dovesse alzarsi, la BCE non potrà che contrastarla con un aumento del costo del denaro, e pertanto dei tassi d’interesse, al fine di tenerla sotto controllo.
Le scelte della BCE hanno un impatto diretto sull’Euribor, cioè l’indice di riferimento utilizzato dalle banche per la determinazione dei tassi variabili.
Esso è strettamente legato al tasso sui depositi, uno di quelli su cui la BCE ha potere decisionale diretto.
Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, invece, essi sono determinati in funzione dell’andamento dell’indice IRS, che tiene conto delle aspettative a lungo termine sull’andamento dei tassi.
Sull’IRS le decisioni di politica economica della BCE hanno poco peso immediato, mentre impattano molto le aspettative riguardo a quelle dei prossimi 20-30 anni.
In soldoni:
La BCE controlla l’inflazione alzando o abbassando il costo del denaro.
Questo influisce subito sui mutui a tasso variabile, mentre per quelli a tasso fisso conta di più cosa si prevede accadrà nei prossimi decenni.
Sto per accendere il mutuo: cosa succede se si alzano i tassi?
Una domanda tipica di chi intende accendere un mutuo a tasso fisso è:
“I tassi che vedo oggi, per quanto tempo varranno?”
Per le banche con un’offerta a tasso indicizzato, il tasso fisso viene determinato dalla somma di un indice di mercato, l’IRS, a cui viene aggiunto uno spread.
L’indice IRS viene aggiornato mensilmente, mentre lo spread è garantito dalla banca purché la stipula avvenga entro una scadenza predeterminata (genericamente 3-5 mesi dopo).
Quindi, l’aspirante mutuatario avrà un tasso fisso dato da:
IRS in vigore nel mese della stipula dell’atto di mutuo + lo spread indicato al momento dell’avvio della richiesta.
Le banche che presentano un tasso fisso finito, invece, garantiscono la validità del tasso solo per stipule nel mese corrente.
Questo comporta che, al momento della richiesta del mutuo (normalmente 2-3 mesi prima della firma dell’atto), non si ha alcuna certezza su quale sarà il tasso effettivo al momento della stipula.
La soluzione delle banche
Avviare una pratica di mutuo in un momento economicamente instabile, con una certa volatilità dei tassi, può certamente fare paura.
Le banche stesse, allora, a volte intervengono direttamente per evitare che gli aspiranti mutuatari si facciano scoraggiare. Istituti come BPER, Credem e Credit Agricole hanno già introdotto meccanismi per tutelare i richiedenti dall’aumento dei tassi.
Queste banche garantiscono il tasso finito purché:
- Il richiedente avvii l’istruttoria entro 15 giorni dalla ricezione del preventivo (BPER)
- Entro 30 giorni dalla ricezione del preventivo (Credem)
- Oppure presenti richiesta entro il 31 maggio 2025, con stipula entro il 10 ottobre 2025, nel caso di mutui green per immobili in classe energetica A o B (Credit Agricole¹)
Il tasso viene assicurato:
- Per tutta la durata dell’istruttoria
- E per i 60 giorni successivi alla delibera del mutuo (per BPER e Credem)
- O entro la data limite del 10 ottobre 2025 (per Credit Agricole, solo per mutui green)
In pratica, il tasso di oggi viene garantito da questi istituti per un periodo che può arrivare fino a 3 o 4 mesi, o anche oltre, dando al richiedente il tempo di andare in stipula con la certezza del tasso di interesse applicato.
¹ La promozione di Crédit Agricole prevede anche uno sconto dello 0,10% sui tassi per i mutui acquisto relativi a immobili non green (“brown”), ma in questo caso il tasso non è garantito, essendo determinato su base IRS + spread.